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17 febbraio 2015

Cittadini Americani al nodo FATCA

Come noto, il protocollo FATCA richiede che gli Intermediari Finanziari Italiani, a seguito di uno specifico accordo IGA firmato tra Italia e Stati Uniti il 10 Gennaio 2014, compiano una “due diligence” relativamente ai propri clienti aventi delle probabilità (“US indicia”) di essere fiscalmente residenti negli Stati Uniti.
Una volta identificato il soggetto fiscalmente residente negli Stati Uniti, l’Intermediario Finanziario Italiano deve comunicare tutti i suoi dati (somme investite, interessi maturati, dividendi percepiti, ecc.) all’Agenzia delle Entrate, la quale, a sua volta li passerà all’IRS (Internal Revenue Service) Americano che controllerà la coincidenza di tali dati con quelli esposti nella dichiarazione dei redditi americana da parte del soggetto fiscalmente residente negli USA.

E qui sorgono i problemi. Infatti, ai sensi del diritto Americano, un soggetto è fiscalmente residente negli USA quando sia presente una delle seguenti condizioni:
- sia residente negli USA;
- sia cittadino americano.
La prima condizione non sorprende e ricalca le caratteristiche ed i concetti base della residenza fiscale in Italia e negli altri Paesi.
La seconda condizione, per contro, è un’anomalia prettamente americana: infatti gli Stati Uniti sono l’unico Paese, con l’Eritrea, ad imporre l’obbligo ai propri cittadini di compilare la dichiarazione dei redditi anche se sono non residenti negli USA ed anche se i contatti ed i collegamenti con gli USA sono inesistenti da molti anni.
Questo fatto non ha creato grossi problemi fino ad ora: il cittadino americano fiscalmente residente in Italia (o in Germania, o in Giappone) e privo di contatti con gli USA, semplicemente ignorava tale obbligo e presentava la dichiarazione dei redditi esclusivamente nel Paese di residenza, pagandoci le relative imposte.
Come detto, però, l’IRS pretenderebbe che, in virtù del solo legame di cittadinanza, il soggetto residente all’estero presentasse anche una dichiarazione dei redditi americana, calcolando le imposte americane sul reddito prodotto all’estero e scomputando dalle imposte americane quelle pagate all’estero.
Fino ad ora, dicevamo, tale problema non era emerso per due ragioni:
- era molto complesso per l’IRS cercare di capire dove potesse essere andato a finire ogni cittadino americano residente all’estero.
- era probabilmente economicamente non conveniente per l’IRS compiere questa ricerca, dato che l’eventuale vantaggio in termini erariali sarebbe stato solo quello di percepire la differenza fra la maggiore tassazione americana e la supposta minore tassazione del Paese di residenza fiscale del suo cittadino espatriato. Ora, se consideriamo che la tassazione media Americana è tutto sommato abbastanza modesta (se confrontata, ad esempio, con le principali tassazioni europee) non ci sarebbe stato un gran vantaggio erariale per l’IRS a perseguire tali cittadini inadempienti.
La questione, per contro, è emersa con prepotenza negli ultimi tempi: le banche italiane, obbligate dalla normativa FATCA, hanno iniziato a spedire a tutti i loro clienti, un’autocertificazione da restituire firmata nella quale, dopo averli informati che i loro dati saranno spediti all’Agenzia delle Entrate e da questa all’IRS, chiedono loro conferma di essere fiscalmente residenti negli USA.
Risulta pertanto evidente che molti cittadini americani residenti in Italia (ma la situazione è analoga altrove) si trovano o si troveranno davanti ad un dilemma ben complesso:
se non firmano l’autocertificazione la banca italiana può chiudere il conto in essere e/o segnalare comunque il cliente (all’Agenzia delle Entrate) quale fiscalmente residente negli USA se vi sono indizi in tal senso.
se firmano l’autocertificazione e dichiarano di essere cittadini americani, (e dunque là fiscalmente residenti), i loro dati finiscono nelle mani dell’IRS e si trovano di fronte al problema di non aver mai dichiarato al fisco americano né i loro redditi prodotti in Italia, né i loro investimenti finanziari italiani, primo fra tutti il loro conto corrente che ha “originato” il problema.
Ne sta nascendo una questione controversa, dato che sono molti coloro che, in Italia e all’estero, pur di non sottostare a questa normativa americana che è percepita come inaccettabile, rinunciano alla cittadinanza americana.
Tant’è che il Dipartimento di Giustizia Americano si è visto costretto, per disincentivare il gran incremento di domande di rinunzia, a più che raddoppiare il costo di tale pratica.
L’unica possibile via d’uscita sono le cosiddette “soglie minime di reddito”, al di sotto delle quali la dichiarazione dei redditi americana non va presentata (e che sono diverse a seconda dello stato civile del contribuente) o le soglie minime al di sotto delle quali gli investimenti finanziari all’estero non vanno dichiarati all’IRS (soglia pari a 10.000 dollari).
In realtà anche l’IRS si è reso conto che la combinazione tra la norma sulla residenza fiscale dei cittadini americani e la compliance FATCA ha messo in fibrillazione un numero elevato di cittadini americani residenti all’estero, i quali, per la stragrande maggioranza:
1) Sono persone oneste che hanno sempre pagato le imposte nel loro Paese di residenza;
2) Non erano a conoscenza della normativa americana che imponeva loro di presentare la dichiarazione negli USA;
3) Non sono disposte pagare delle ulteriori imposte negli Stati Uniti dato che essi, in molti casi, non hanno più collegamento con gli USA;
4) Non vorrebbero rinunciare alla cittadinanza americana, ma sono disposti a farlo piuttosto di passare per evasori fiscali.
Così l’IRS ha messo a punto uno specifico “ravvedimento” (“Streamlined Foreign Offshore Procedures”) per tutti coloro che sono residenti all’estero da più di tre anni e che hanno mancato di presentare la dichiarazione dei redditi o la dichiarazione di detenzione di attività finanziarie all’estero.
Questa procedura, che prevede comunque l’intero pagamento delle imposte previste, richiede esplicitamente che il contribuente dichiari che i suoi inadempimenti siano “involontari” e dovuti a “negligenza, inavvertenza o errore compiuto in buona fede sull’interpretazione di una norma”: per quanto curiosa, tale statuizione ha il senso di differenziare coloro che hanno omesso la dichiarazione per puro errore dai contribuenti che hanno operato con dolo.
Per questi ultimi, invece, l’unica via di salvezza sono i programmi di Volontary Disclosure (Offshore Voluntary Disclosure Program).